Ogni percorso di studio porta con sé momenti di scoperta. A volte sono i libri a offrire nuove prospettive, altre volte, invece, è l’incontro diretto con le persone a cambiare davvero il modo di guardare il mondo.

È quello che è successo a Ilaria, studentessa del corso OSA (Operatore Socio Assistenziale), che ha scelto di dedicare il suo elaborato finale al tema dell’autismo dopo aver svolto il tirocinio a Casa “Sebastiano”.

Durante i mesi trascorsi da noi, Ilaria ha potuto osservare da vicino la quotidianità dei ragazzi e il lavoro degli operatori, approfondendo un tema complesso e ricco di sfaccettature. Da questa esperienza è nata una relazione finale che esplora diversi aspetti dello spettro autistico, con un’attenzione particolare agli strumenti di comunicazione e alla centralità della persona.

Abbiamo deciso di farci raccontare direttamente da lei cosa ha significato vivere questa esperienza.

Hai scelto di portare il tema dell’autismo come argomento per il tuo esame finale OSA. Quando hai capito che sarebbe stato questo il focus del tuo progetto e perché?

Tutto è iniziato nel momento in cui ho scelto la struttura dove svolgere il tirocinio. Durante il mio percorso di studi avevo già avuto modo di approfondire diverse tematiche legate al mondo della disabilità, dalle difficoltà fisiche a quelle più cognitive. Tuttavia sapevo che la vera comprensione sarebbe arrivata soprattutto attraverso l’esperienza diretta. Quando ho iniziato il tirocinio a Casa “Sebastiano”, mi sono trovata subito immersa in un ambiente nuovo e ricco di stimoli. Ricordo che il primo giorno è stato accompagnato da molte emozioni: curiosità, ma anche qualche dubbio e un po’ di insicurezza. Mi chiedevo se sarei stata in grado di diventare un’operatrice capace di muoversi con sicurezza in un contesto così complesso.

Con il passare del tempo, però, ho iniziato a comprendere meglio questo mondo e soprattutto le persone che lo abitano. Ho scoperto quanto ogni ragazzo nello spettro autistico abbia caratteristiche, capacità e modi di esprimersi unici. È stato proprio questo a spingermi a scegliere l’autismo come tema centrale della mia relazione. Nel lavoro finale ho cercato di non soffermarmi su un solo aspetto, ma di approfondire diversi elementi dello spettro autistico, ampliando anche alcuni temi che durante gli studi non avevo avuto modo di esplorare in modo così approfondito. Un capitolo importante, ad esempio, è dedicato al PECS, un sistema di comunicazione aumentativa alternativa che ho trovato particolarmente interessante. In molti casi rappresenta uno strumento fondamentale per facilitare la comunicazione e comprendere meglio i bisogni della persona.

Guardando indietro a questo percorso, posso dire di essere molto soddisfatta di quanto ho imparato, anche grazie al confronto quotidiano con gli operatori e con i ragazzi di Casa “Sebastiano”.

Durante il tirocinio a Casa “Sebastiano”, qual è stato il momento che ti ha fatto dire: “sto imparando davvero qualcosa di importante”?

In realtà sono stati diversi i momenti in cui ho avuto questa sensazione. Ogni giornata portava con sé qualcosa di nuovo da osservare e comprendere. C’è però un ricordo che mi è rimasto particolarmente impresso. Era una mattina in cui gli operatori stavano organizzando un laboratorio manuale a tema natalizio. I ragazzi stavano decorando dei pupazzi di neve in legno, io affiancavo uno di loro durante l’attività. Insieme abbiamo iniziato ad abbellire il pupazzo e, mentre lavoravamo, ho potuto vedere la sua soddisfazione e la sua felicità. Non sono servite parole: il suo sorriso comunicava molto più di qualsiasi spiegazione. Alla fine dell’attività, con la musica natalizia in sottofondo, gli ho proposto di ballare. Dopo un primo momento di esitazione, abbiamo iniziato a muoverci a ritmo di musica e ci siamo divertiti entrambi moltissimo.

È stato un momento semplice, ma molto significativo. Mi ha fatto capire quanto la comunicazione possa passare attraverso tanti canali diversi e quanto sia importante imparare ad ascoltare e osservare l’altra persona, anche quando le parole non sono lo strumento principale.

Nella tua relazione parli molto di “oltre la diagnosi”. Cosa significa per te, oggi, guardare la persona prima del disturbo?

Nel mio elaborato ho citato una frase che mi ha colpita molto: «È giunto il momento di curare la società, non le persone affette da autismo». Questa riflessione mi ha aiutata a interrogarmi su come spesso le disabilità vengano percepite nella vita quotidiana, a volte come un limite o un ostacolo difficile da superare.

Il percorso di studi e l’esperienza a Casa “Sebastiano” mi hanno invece insegnato quanto sia importante partire dalla persona, dalla sua individualità, dalle sue capacità e dalla sua storia. Spesso la diagnosi rischia di diventare l’unico elemento attraverso cui guardiamo qualcuno. In realtà, dietro quella parola ci sono persone con interessi, preferenze, emozioni e potenzialità che meritano di essere conosciute e valorizzate. Per me oggi “andare oltre la diagnosi” significa proprio questo: non fermarsi all’etichetta, ma cercare di conoscere davvero la persona che abbiamo di fronte.

In che modo questo tirocinio ti ha cambiata, non solo come futura professionista ma anche come persona?

Questa esperienza mi ha cambiata molto, probabilmente più di quanto mi aspettassi. Da un lato mi ha aiutata a sviluppare maggiore fiducia in me stessa e nelle mie capacità. Ho imparato quanto sia importante osservare, ascoltare e cercare di comprendere le reazioni e i bisogni delle persone con cui si lavora. Con il tempo ho iniziato a cogliere sempre meglio alcuni segnali: cosa può mettere una persona a proprio agio, cosa invece può infastidirla e quali attività riescono a coinvolgerla maggiormente.

Naturalmente so che questo percorso di apprendimento è ancora all’inizio e che la strada per diventare una professionista consapevole è lunga. Proprio per questo credo che la formazione continua e l’auto-aggiornamento siano fondamentali per chi lavora con persone nello spettro autistico o con altre disabilità. Studiare, confrontarsi e continuare a imparare permette di offrire un supporto sempre più attento e rispettoso dei bisogni di ciascuno.

Se dovessi raccontare Casa “Sebastiano” a un’altra studentessa OSA che sta scegliendo dove svolgere il tirocinio, cosa le diresti?

Le direi che Casa “Sebastiano” è un luogo in cui si ha la possibilità di crescere molto, sia dal punto di vista professionale sia personale. È un contesto in cui si possono osservare e affrontare situazioni diverse, imparando passo dopo passo a comprendere meglio il mondo dei disturbi dello spettro autistico.

Un aspetto che ho apprezzato molto è la presenza di operatori qualificati e disponibili al confronto. Durante il tirocinio ho sempre avuto la possibilità di chiedere consigli, fare domande e imparare dall’esperienza di chi lavora nel settore da più tempo. È un percorso che richiede impegno e che può portare anche momenti di dubbio o di difficoltà, ma è proprio attraverso queste esperienze che si cresce davvero come professionisti e come persone.

Un grazie a Ilaria per aver condiviso con noi il suo percorso di formazione e lo sguardo attento con cui ha saputo osservare il mondo dell’autismo.